Dalla rete (qui)
La «privatizzazione» di una Regione
Maurizio Blondet
20/03/2006
Il governatore della Lombardia vuole di più: aspira a più alti destini politici.
Dal punto di vista della psichiatria politica, è qualcosa che possiamo chiamare la «sindrome di Lukashenko».
Aleksandr Lukashenko è il governatore (lui dice presidente) della Bielorussia.
Membro del vecchio KGB, ha preso il potere dopo il crollo dell’URSS e non l’ha più mollato.
Ogni volta si fa rieleggere con l’80 % dei voti, ossia con maggioranze sovietiche.
Ha cambiato la costituzione che poneva un termine alla sua carica presidenziale ed ha eliminato (fisicamente) qualche avversario: sicchè è governatore a vita.
A chi lo chiama dittatore risponde: la Bielorussia ha bisogno di me, per il suo bene.
Ha però grandi ulteriori progetti: far riconfluire la Bielorussia con la Russia in un solo Stato.
Perché, dicono, quando Putin se ne andrà, aspira a prendere il suo posto.
Presidente anche della Russia, a vita.
Formigoni e Lukaschenko sono diventati governatori suppergiù nello stesso periodo, ed entrambi sono ancora lì.
Tutti e due, intendiamoci, regolarmente eletti con percentuali bulgare.
Formigoni governa i lombardi già da undici anni e tre legislature filate, con la prospettiva di restare per 15 anni.
Ma non gli basta, come sappiamo: ha forzato un Berlusconi poco entusiasta a farlo senatore a Roma.
Ha, parole sue, «lanciato un’opa al primo partito d’Italia»: ossia vuol prendere il posto del Cavaliere.
Ma senza lasciare la Lombardia, che ha tanto bisogno di lui.
I suoi intimi gli attribuiscono il seguente disegno: una volta senatore, farsi incoronare dal Cavaliere ministro degli Esteri (è il suo pallino).
A questo punto, si dimetterebbe dal Senato: e secondo lui e i suoi intimi, con questa mossa gli sarebbe legalmente possibile restare anche presidente della Lombardia, perché l’incompatibilità sarebbe eliminata.
Occupato come ministro, si capisce, governerebbe per delega, attraverso i suoi fidi di cui ha riempito la Regione (si parla di circa duecento dirigenti).
Ma terrebbe il cappello su due poltrone, in attesa di fare le scarpe a Berlusconi.
Si dirà: le somiglianze finiscono qui.
Lukashenko è un nemico del libero mercato, ferocemente attaccato alla gestione pubblica dell’economia, che amministra attraverso complici e parenti.
Formigoni invece è un liberista addirittura fanatico, «più società meno Stato», privatizzazioni e così via.
Ma cerchiamo di capire bene che cosa intende Formigoni quando sostiene «il privato».
Un esempio? Prendiamo una delle più geniali privatizzazioni del governatore a vita, «Lombardia Infrastrutture».
Si tratta di una colossale società per azioni, a cui sono in via di conferimento tutti i beni immobili della Regione. Tutti: ospedali, Ferrovie Nord, case popolari, vaste aree, centinaia di edifici… un patrimonio di migliaia di miliardi in vecchie lire.
A quale scopo questa privatizzazione? Spieghiamolo. Lombardia Infrastrutture è una SpA.
E’ una impresa privata. Il che significa che può vendere qualunque bene immobile «pubblico» senza aste, senza bando, senza competizione e senza controllo pubblico. Basta una firma del consiglio d’amministrazione, e la ditta è libera di cedere i nostri immobili, pagati dalle nostre tasse, a chi vuole lei. E al prezzo che le pare.
Un giorno i lombardi possono svegliarsi e scoprire che un padiglione di Niguarda è stato ceduto a un privato, che ci apre una sua clinica privata e convenzionata con l’amica Regione.
O che le Ferrovie Nord, o le appetibili aree circostanti le sue linee, per esempio, sono state vendute a una immobiliare che ci costruisce quel che vuole.
E senza che la Guardia di Finanza possa eccepire che, magari, la vendita è stata fatta per un boccone di pane. O con criteri clientelari: è il bello del privato, ragazzi.
E noi lombardi, per esperienza, possiamo indovinare quali saranno le fortunate imprese private che potranno comprare, senza concorrenti e senza aste pubbliche, il nostro patrimonio immobiliare. Prospera infatti nella nostra regione la ciellina Compagnia delle Opere: una galassia di 30 mila imprese, fatturato 74 miliardi di euro, ognuna delle quali paga alla Compagnia delle Opere
una quota di 450 euro l’anno. Per avere l’onore di farne parte.
Ma naturalmente l’onore ha anche pratici vantaggi. Nella Lombardia, dove i veri imprenditori sono in difficoltà, la più grande capitalista rimasta è la Regione. E siccome la Compagnia delle Opere è vicina al cuore del governatore, fare parte della «Compagnia» aiuta a ottenere contratti e commesse dalla Regione.
Ogni volta che Formigoni ha proclamato qualche privatizzazione, l’effetto è stato lo stesso: ampliare i margini di discrezionalità con cui la Regione può assegnare il denaro dei contribuenti a chi le pare, e alle condizioni che le pare.
La prima privatizzazione è stata quella dei direttori generali. Un tempo, questi dirigenti pubblici erano di carriera pubblica e dunque inamovibili. Oggi sono sotto contratto privato e, come manager aziendali, possono essere licenziati dopo cinque anni.
Logico che per essere riconfermati, devono obbedire ciecamente al direttore generale della Regione, che è l’onnipotente Nicola Sanese, ciellino e braccio destro di Formigoni. Così, non possono certo sindacare su come sono aggiudicati appalti e contratti.
Altrimenti, Sanese li sbatte fuori, li licenzia, non li riconferma: è il privato, ragazzi.

Prendiamo la Sanità, per esempio -qui un articolo pubblicato tempo fa -: un fiume di denaro, i tre quarti delle spese regionali. Certo, il settore strettamente medico (chirurgia, tac e così via) resta sotto controllo pubblico, anche grazie ai duri sforzi della Lega e di Rifondazione, improbabili alleati.
Ma altra cosa sono i servizi «alberghieri» ausiliari della Sanità.
Nel decidere a quali ditte affidare il compito di lavare le lenzuola o fornire i pasti, il margine di discrezionalità è vasto.
E nessuno può controllare se il denaro che la ditta premiata riceve dalla Regione è congruo al numero di lenzuola lavate, o ai pasti forniti.
Quanto a scegliere la ditta che fornisce garze e siringhe, è compito che spetta al primario, a suo insindacabile giudizio: il quale potrà magari scegliere, legittimamente, una ditta socia della Compagnia delle Opere, visto che anche per diventare primari occorre essere ciellini doc o almeno amici loro.
E così la gestione delle Fiere, un’altra grossa fonte di spesa regionale.
A quali imprese private vanno di preferenza incarichi e appalti?
Si può solo dire che appartenere alla Compagnia delle Opere dà un aiutino, visto che il ciellino Antonio Intiglietta è il padrone della GeFi (Gestione Fiere), società privata che nel settore fa il bello e cattivo tempo (Artigianato in Fiera, Expo dei sapori…).
E il business della formazione e avviamento al lavoro, un business da 5.000 miliardi di vecchie lire di soli fondi europei?
Qui a fare tutto è l’Agenzia regionale del Lavoro, ente pubblico diretto da un ciellino; e la CdO può offrirle tutta una nebulosa di aziende sue socie che, guarda caso, sono nate come funghi proprio per «fare corsi di formazione» e «avviare al lavoro». (1)
Vogliamo parlare delle case di riposo e degli asili? Ma questo è il campo del «sociale», la specialità dei cattolici: una torma di cooperative della Compagnia, ditte private, sono pronte a offrire i loro servigi al pubblico, e a intercettare i relativi miliardi regionali. Opposizione a questo sistema? Poca.
Anche perché, nel suo governatorato a vita, Formigoni ha avuto tutto il tempo di cointeressare agli affari le coop rosse.
La Lega della rossa Emilia e la CdO ciellina sono socie nella impresa Obbiettivo Lavoro, la terza società di collocamento interinale, tanto per dirne una. Opposizioni interne, dal Polo? Improbabili, visto che il capogruppo di Forza Italia in giunta regionale, Giulio Boscagli, è addirittura cognato di Formigoni, avendone sposato la sorella.
A questo punto, le analogie con Lukashenko ci paiono impressionanti.
Gestione della cosa pubblica attraverso amici e parenti; privatizzata quanto basta per evitare concorsi pubblici e controlli di Stato, ed aumentare la discrezionalità della spesa. Il fatto è che 11 anni di potere ininterrotto hanno cambiato la democrazia lombarda in qualcosa di ben diverso. Gli assessori, ossia i politici dei partiti alleati, non contano più nulla: ricevono telefonino, auto blu e pasti ai ristoranti, basta che non disturbino i manovratori.
I leghisti, che hanno provato ad opporsi, sono di fatto emarginati dal governo di cui fanno parte.
Ed ora Formigoni tenta il grande salto, con lo scopo dichiarato di portare il «modello lombardo» all’Italia intera.
«Il mio grande progetto riformista», ha detto, «potrà cambiare non solo la nostra Regione, ma tutta l’Italia».
Ed ha chiarito: è un progetto «non ideologico, non appiattibile su uno schieramento», che equivale a una strizzata d’occhio alle sinistre per «lavorare insieme». L’Italia come la Bielorussia, con in più il consociativismo democristiano. A noi lombardi, 11 anni di Formigoni paiono già troppi. Ora, rischiamo di averlo sulla testa per l’eternità.
Maurizio Blondet