Riproponiamo un articolo de L’Espresso, del 1 Dicembre 2005, che avevamo già in precedenza proposto e che proprio in questi giorni, dopo le vicende della clinica Santa Rita, ritorna più che mai di attualità. E pensare che è stato scritto, profeticamente, più di 2 anni fa.
I padroni della Salute
Cliniche, ricerca, assistenza, telemedicina. Cresce il ruolo dei privati. Che incassano fette sempre più ricche di spesa pubblica
di Luca Piana
Come fare fortuna con la salute e le cure mediche? C’è chi passa per i palazzi della politica. Guido Della Frera, 41 anni, di Seveso, dal 2000 al 2003 è stato assessore agli Affari regionali della Lombardia di Roberto Formigoni. Lasciato l’incarico per fare l’imprenditore, si è buttato nella sanità. Cinque mesi dopo le sue dimissioni dalla giunta, una società di cui era azionista, il Polo geriatrico riabilitativo di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, ha ottenuto dalla Regione l’accreditamento presso il Servizio sanitario nazionale di 141 posti letto a uso riabilitazione: significa che la struttura è privata, ma il ricovero lo paga lo Stato. Da allora per Della Frera è stata una marcia trionfale. Nell’autunno 2004 Formigoni ha accreditato il Polo geriatrico con altri 246 posti per la sede di Milano città. E nello stesso periodo ha dato il via libera a un’altra società del suo ex braccio destro, la Polo Riabilitativo srl, per la costruzione di una nuova struttura di quattro piani con 216 posti letto fra degenza, day hospital, emodialisi, radiologia e altro ancora.
La sanità può essere un business, non solo un costo da contenere come la considerano i governi alle prese con l’esplosiva spesa pubblica. E non sempre la politica, come suggerisce il caso di Della Frera, ha un ruolo. Lo dimostra il Premio nazionale per l’Innovazione che, sponsor la Confindustria, verrà assegnato il prossimo 16 dicembre a Padova. Fra i 36 progetti di future imprese hi tech in gara per il primo posto, selezionati dalle università di tutta Italia, quasi la metà vuole lanciare sul mercato prodotti per il settore biomedicale, per effettuare diagnosi sempre più raffinate o preoci, realizzare vaccini o studiare a fini medici il codice genetico. Progetti che potrebbero trovare maggiore slancio se, come sostiene una ricerca commissionata dalla compagnia di assicurazioni Axa a quattro noti professori (Roberto Artoni, Elio Borgonovi, Gustavo Galmozzi e Antonio Pedone), la spesa sanitaria non venisse considerata solo una iattura per le casse dello Stato, bensì un volano per l’economia, l’innovazione, l’occupazione qualificata e per la nascita di fornitori superspecializzati.
Che il business del bisturi, inteso in senso allargato, possa creare improvvise fortune ma anche nuove industrie non è un fenomeno solo italiano. Sul primo aspetto si è dilungato l’ultimo numero del mensile americano ‘Forbes’. L’inchiesta di copertina era incentrata su un avvocato di Manhattan, Thomas Moore, capace di strappare ai tribunali degli Stati Uniti risarcimenti multimilionari per le vittime di cure mediche sbagliate. Con il contorno, per Moore e soci, di parcelle che sono arrivate alla somma di 2,2 milioni di dollari sui 10,9 risarciti a una bimba nata con danni cerebrali per complicazioni durante il parto. Per ‘Forbes’ sono ormai “migliaia” i soggetti che si stanno arricchendo grazie all’esplosione dei costi della sanità americana, la più privata e la più dispendiosa del pianeta, con un costo a carico dei cittadini pari a 1.900 miliardi di dollari: il 15 per cento del Pil rispetto all’8,4 per cento che si registra in Italia se si considerano sia la spesa pubblica sia quella privata (fonte Ocse). I nuovi milionari della salute americana scovati da ‘Forbes’ sono molteplici: si va dagli avvocati di grido ai chirurghi plastici, dai pubblicitari specializzati nel lancio promozionale dei farmaci agli assicuratori che fanno affari d’oro con le polizze vendute ai cittadini e con la copertura – sempre più costosa – che cliniche e ospedali devono garantirsi per far fronte al rischio di cause.
In Italia la situazione è certamente diversa sotto vari aspetti, ma anche da noi non mancano le iniziative: gruppi privati sempre più grandi che fanno incetta di cliniche, compagnie di assicurazione che cercano di sfruttare gli spazi lasciati liberi dall’assistenza statale, nuove tecnologie per seguire chi non vuole fare la fila dal medico, e la domanda di cure di una popolazione sempre più anziana.
Ma quanto spende oggi lo Stato in sanità? E quanto di questa cifra va in tasca ai privati? Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, durante una recente puntata di ‘Ballarò’ ha rinvendicato al governo Berlusconi una crescita della spesa per la salute: si è passati dai 70 miliardi di euro del 2000 agli 89 miliardi del 2004, come mostrano i dati elaborati dal Cergas Bocconi. Numeri insufficienti, sostiene l’opposizione, che inanella le critiche: l’Italia spende una cifra inferiore rispetto non solo agli esosi americani, ma anche nei confronti dei più morigerati svizzeri, tedeschi e francesi, che comunque investono in sanità più del 10 per cento del loro Pil. Non basta. I tagli che molti ospedali pubblici subiscono hanno creato situazioni assurde, come mostra il recente caso del Niguarda di Milano, dove con un mese d’anticipo sono finiti i fondi per il 2005 per i farmaci antitumorali; mentre il ministro della Salute, Francesco Storace, combatte contro la pillola abortiva e i consultori femminili, nulla viene fatto per frenare la corruzione, come dicono le numerose inchieste della magistratura che, dalle Alpi alla Sicilia, cercano di far luce sui rapporti fra i manager della sanità e i loro referenti politici.
Di certo, una fetta consistente della spesa pubblica è finita nelle casse dei nuovi padroni privati della sanità italiana. Una stima di quest’ultimo fattore la si trova ancora nei dati del Cergas. Nel 2000 andava a privati (cliniche, centri diagnostici, strutture di riabilitazione) accreditati con il Servizio sanitario nazionale la somma complessiva di 14,7 miliardi di euro, cifra salita a 19,5 miliardi nel 2004. La percentuale sul totale della spesa pubblica (il 21,9 per cento) non è cambiata radicalmente rispetto al 1996, quando al governo c’era Romano Prodi e la fetta dei privati era pari al 20,7 per cento.
In questi ultimi anni molti protagonisti storici della sanità privata hanno allargato i loro imperi: il milanese Giuseppe Rotelli, proprietario del Policlinico San Donato e ora anche di tutte le cliniche che furono di Antonino Ligresti, migrato (imprenditorialmente) in Francia dopo la tragedia del Galeazzi dove morirono 11 persone; la famiglia Angelucci di Roma, da sempre vicina alla politica, azionista nel tempo di vari quotidiani, da ‘l’Unità’, al ‘Riformista’ al ‘Libero’ di Vittorio Feltri; il gruppo Villa Maria di Ettore Sansavini, fortissimo in Emilia Romagna ma ormai diffuso in tutta Italia; la Giomi di Emmanuel Miraglia, presente a Firenze, Latina, Messina, Reggio Calabria e ora anche a Cortina d’Ampezzo dove gestisce, in compartecipazione con l’Asl di Belluno, l’ospedale Codivilla. Ma nel settore si sono visti pure nuovi arrivi: la Cir della famiglia De Benedetti (che controlla anche ‘L’espresso’), che attraverso la Holding Sanità e Servizi gestisce circa 1.200 posti letto, ospedali e residenze per anziani da Mantova a Brescia, da Modena ad Alessandra; nonché la famiglia Rocca, che controlla il gruppo Humanitas, nato nel 96 con un ospedale a Rozzano, nell’hinterland milanese, e ormai fra un vero ‘big’.
Guardando le storie di più rapida crescita, da Rotelli ai Rocca, si vede come il baricentro del nuovo sistema della sanità privata sia in Lombardia. Il motivo risiede nelle politiche attuate da Formigoni, che da tempo ha equiparato gli ospedali pubblici a quelli privati: il rimborso delle prestazioni è identico e il cittadino può andare nelle une o nelle altre con la ricetta della mutua. Risultato: tra il 97 e il 2003 in Lombardia le ecografie fatte in strutture private sono passate da 40.686 a 408.017 (negli ospedali pubblici si è scesi da 790 a 459 mila); e le Tac private sono aumentate di quasi dieci volte, come denuncia Carlo Monguzzi, capogruppo dei Verdi in Regione. La linea di Formigoni è che ciò abbia ridotto le liste d’attesa, un beneficio che nel 2001 i lombardi hanno pagato con uno dei maggiori buchi sanitari fra le Regioni italiane e con l’adozione, fra i primi, di ticket e tasse.
Il sospetto è che i privati concorrano a quella fabbrica di esami e interventi inutili in cui si è trasformata la sanità con l’unico scopo di incassare i rimborsi pubblici. Un esempio: in testa alla classifica degli interventi maggiormente praticati nel privato (e rimborsati) c’è il parto cesareo mentre nel pubblico prevale quello naturale. E ‘Forbes’ colloca il boom dei cesarei negli Usa fra gli indicatori dell’industrializzazione di un sistema sempre più orientato agli affari.
Tuttavia, proprio la recente ondata di acquisizioni di cliniche private da parte degli operatori più forti può essere letta come un sintomo di difficoltà del sistema. “I tetti alla spesa imposti da molte regioni e la necessità di rientrare dei deficit sanitari stanno portando a una diminuzione dell’attività rimborsata ai privati”, sostiene Emmanuel Miraglia nella sua qualità di presidente dell’Aiop, l’associazione delle cliniche. “E questo nonostante il disavanzo dipenda da quegli ospedali pubblici che non riescono a stare nelle spese e richiedono continuamente la copertura delle perdite”. Proprio alla necessità congiunta di comprimere le spese, a fronte di investimenti crescenti in personale e ricerca, Miraglia attribuisce la concentrazione dei gruppi privati.
La ricerca, insieme con l’assistenza (voce che nella spesa pubblica è quasi raddoppiata nel giro di quattro anni), sono d’altra parte nuovi filoni di business. La clinica milanese Humanitas è stata trasformata in Istituto di ricerca a carattere scientifico, etichetta che ha aperto l’accesso a un finanziamento Inail da 46 milioni, nell’ambito di un progetto sponsorizzato dal ministro del Welfare, Roberto Maroni, che dovrebbe premiare anche l’Istituto europeo di oncologia di Umberto Veronesi.
Che il crescente bisogno di servizi sanitari (sostenuto anche dall’invecchiamento della popolazione) possa rappresentare una spinta economica importante viene proposto da Artoni, Borgonovi, Galmozzi e Pedone nella ricerca per l’Axa: “In Italia la dinamica della spesa sanitaria è stata contenuta, soprattutto se paragonata a quella degli altri Paesi. Non è irragionevole pensare che tale controllo sia stato realizzato in un quadro di progressivo deterioramento qualitativo del sistema di ricerca pubblica e privata e dell’apparato produttivo in settori ad alto potenziale di crescita”. In parole povere, se l’Italia non vuole offrire ai giovani posti di lavoro unicamente come commessi e rappresentanti, cosa c’è di meglio che investire nella salute, che vuole ricercatori, medici e imprenditori innovativi?
Un esempio è offerto dall’arrivo in Italia di Medic4All, una società nata per vendere sistemi di telemedicina. “Stiamo studiando con le banche la possibilità di finanziare l’acquisto a rate da parte dei clienti di quella che chiamiamo la nostra ‘clinica da polso’: grande come un orologio da sub, rileva una serie di parametri che vengono inviati a un pool di 25 medici che li tengono sotto controllo”, dice Shai Misan, amministratore delegato della società, partita per ora con l’offerta a assicurazioni e banche di servizi destinati alla clientela, come l’archiviazione delle cartelle cliniche e il consulto medico via Internet o televisore.
Altri spunti arrivano dal Premio Innovazione di Confindustria. Molti i progetti che, nati nel mondo universitario, guardano alla sanità per fare business. A Torino, il biochimico Giuseppe Caputo sta dando vita a un’impresa per produrre e commercializzare prodotti a base di molecole fluorescenti in grado di individuare i tumori in una fase estremamente precoce e per studiare l’efficacia di nuovi farmaci. L’obiettivo è arrivare a un’azienda da 100 milioni di euro di fatturato, con una ventina di addetti qualificati. A Napoli, il chimico Gennaro Marino ha studiato il modo di utilizzare, a basso costo, la spettrometria di massa per analizzare la predisposizione ad alcuni malanni (come quelli cardio-circolatori) di pazienti che potrebbero essere, ad esempio, segnalati dai medici di base. O ancora, a Trieste, Nicola Scuor e altri ricercatori dell’Università hanno brevettato un apparecchio, grande come un telefonino, che può scovare nel sangue le tracce di molte malattie. Fa gli stessi test di macchine ingombranti e costose e potrebbe essere utilizzato senza l’aiuto di tecnici specializzati dal medico di famiglia o, nei paesi poveri, dagli operatori sanitari sul territorio.
Questi e altri sono i progetti in caccia di fondi per partire e svilupparsi. Risorse che sarebbe un peccato continuare a riservare unicamente a chi è abile nel percorrere i corridoi della politica.














